Lettera alla scrittrice Louisa May Alcott

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Cara Louisa,

tu non lo sai, ma hai accompagnato l’infanzia di tantissime ragazze. Posso dirlo senza sbagliarmi; non tutte le ragazze, ma molte e me compresa.

Piccole donne e Piccole donne crescono sono le tipiche letture infantili, quelle con cui da bambine ci siam confrontate per iniziare la nostra carriera di lettrici indefesse. Di questo ne ho già scritto nel mio curriculum del lettore, ma voglio confidarti di più.

lettera a louisa may alcott

Si dice che ti sia ispirata a te stessa per creare Jo: Josephine era la mia piccola donna preferita. Non ho mai potuto soffrire Amy, porta pazienza. Non sono una donna poco attenta alla femminilità, anzi: tutto quel che è femminile mi appartiene. Non di meno, amo scrivere come Jo, ma ho sempre amato disegnare, come faceva la tua Amy.

Il punto è che da piccola già provavo un forte senso di ribellione verso norme comportamentali imposte alle donne: Jo era un maschiaccio, e questo mi piaceva moltissimo! Amy era sciocchina, ignorante, solo un cespuglio di boccoli biondi. Nella mia testolina, Josephine era quasi tutto quello che mi sarebbe piaciuto diventare: donna autonoma, scrittrice e con un marito con i suoi stessi interessi, un filosofo. Da piccola, però, non potevo sapere che avrei studiato filosofia, né che avrei incontrato il mio attuale compagno che…ha studiato filosofia come me. Non potevo nemmeno immaginare che avrei scritto per professione, in fin dei conti: sì, volevo scrivere, ma volevo anche fare l’astronoma! Abbiamo qualcosa in comune, tutto sommato, la tua Jo ed io.

Piccole donne e Piccole donne crescono non sono banali: Jo non sposa Laurie, Beth ci abbandona e la vita non è sempre tutta rose e fiori. Le vicende delle nostre eroine non sono mai scontate, ma sempre esemplari e didascaliche. Forse per qualcuno sono buoniste e moraliste: beh, non è un caso se va bene leggere i tuoi libri quando si è piccoli, perché è quello il momento in cui ci viene data un’educazione. Quel che ci accade dopo, nel corso dell’esistenza, basta a disilluderci e a diventare meno ingenui. Ci devono essere entrambi i momenti: in equilibrio. Altre piccole donne non potrebbero esserci, sarebbe impensabile replicarle: si cadrebbe nella ridondanza.

Ti saluto con affetto, Louisa. Tua sempre nostalgica lettrice,

Bruna

Recensione di Notturno cileno, Roberto Bolaño

Ecco a te la recensione di Notturno cileno, di Roberto Bolaño. Pubblicata nel 2003 da Sellerio, era un’opera ormai introvabile, ma Adelphi ce la ripropone.

La prima cosa da dire in questa recensione di Notturno cileno è che questo romanzo è proprio come viene descritto in copertina: un fiume di 150 pagine – in realtà meno. Non avevo mai letto prima Roberto Bolaño, ne avevo solo sentito parlare e benissimo. Sono sempre molto attirata dagli autori sudamericani e quando ho scoperto di questa uscita Adelphi, sono stata presa subito da forte entusiasmo. Ho aperto questo piccolo gioiellino Adelphi – perché le edizioni di questa casa editrice sono dei gioiellini – non sapendo, però, esattamente a cosa sarei andata incontro.

Ho letto due terzi di Notturno cileno con l’impressione di essere, appunto, investita da un fiume in piena di parole: non esistono paragrafi e la struttura sintattica è compatta. Questo procedere quasi parossistico della narrazione, va di pari passo con la regressione frequente, di colui che narra, in stati visionari ed onirici. Per un bel po’, mi è sembrato di leggere i deliri di un folle.

recensione di notturno cileno bolano

Sebastián Urrutia Lacroix è un pretuncolo, un uomo che non si capisce mai da che parte davvero stia. Un po’ ignavo, Sebastián è il classico clericale studioso che non ha mai il coraggio di ammettere la sua totale ed assoluta propensione alla letteratura e alla critica: vuole fare il prete, ma non riesce a non passare il suo tempo in letture, componimenti e recensioni – anche le recensioni dei comunisti. Tutti meritano recensioni, non ti pare?

Il suo incontro con Ernst Jünger e Pablo Neruda avviene sempre in regime onirico. Sebastián non sogna questi avvenimenti, piuttosto li vive come se fosse in un sogno. Tutto il Cile raccontato in Notturno cileno sembra una visione: uomini di lettere, contadini, uomini d’affari, poeti e pittori, appaiono come persone di fantasia. Questo è lo smarrimento di un paese e di una cultura: lo smarrimento del Cile e dei suoi poeti. 

Dopo aver attraversato questo corso denso di parole, ti “svegli” in maniera brusca e capisci che non sei mai stato in un sogno: la realtà si manifesta del figura di Augusto Pinochet.

Non immaginavo di dover scrivere nella recensione di Notturno cileno di un personaggio come il generale Augusto Pinochet, anche se è vero che il Cile non è il Cile senza il Golpe dell’11 settembre 1973. Sono affascinata da questo paese e dalla sua cultura, ma non posso dire di conoscere benissimo la sua storia: mai mi sarei aspettata di leggere queste righe:

Secondo lei perché voglio imparare i primi rudimenti del marxismo?, domandò. Per servire meglio la patria, signore generale. Esatto, per comprendere i nemici del Cile, per sapere come la pensano, per capire fino a che punto sono disposti ad arrivare. Io lo so fino a che punto sono disposto ad arrivare, glielo assicuro. Ma voglio anche sapere fino a che punto sono disposti ad arrivare loro. Inoltre a me non fa paura studiare. Bisogna sempre essere pronti a imparare ogni giorno qualcosa di nuovo. Leggo e scrivo. Regolarmente.

 

Queste parole mi hanno dato da pensare. Sono sempre stata dell’idea che è giusto essere informati sul proprio nemico, per combatterlo, ma la mia mente di persona contraria ad autoritarismi e vessazioni di ogni sorta non va a pensare che uno spietato generale sudamericano potesse essere un così appassionato studioso e lettore. Dopo Hannah Arendt sai che il male, spesso, è banale; ora sai che si può essere generali e dittatori istruiti e appassionati di saggi.

In effetti, è la scoperta dell’acqua calda: se gestite nell’adeguata maniera, le informazioni sono uno strumento per operare tanto in bene quanto in male. Sia chiaro che non voglio giudicare l’operato di Pinochet da un punto di vista di politica economica, perché non ne sarei in grado: quando parlo di “male” mi riferisco esclusivamente ai metodi repressivi del regime militarista di Pinochet. In altre parole, credi che i peggiori siano populisti ignoranti, poi verifichi storicamente che non è sempre così e, magari, inizi a pensare che Augusto Pinochet fosse anche una piacevole persona, con la quale parlare di tanti argomenti seri e di tanti romanzi. Poi i suoi uomini infilavano topi nella vagina delle detenute e usavano l’elettricità sui genitali maschili, però intanto Pinochet ha studiato: accipicchia! Pinochet leggeva tanti libri. E, se proprio volete saperlo, lui sapeva scrivere: dubito che avesse con sé una ciurma di comunicatori politici e copy, pronti a scrivergli ogni cosa:

Nessuno mi ha mai aiutato, li ho scritti da solo, tre libri, uno dei quali abbastanza lungo, senza l’aiuto di nessuno, consumandomi gli occhi.

Spero che la recensione di Notturno cileno ti abbia incuriosito e..riflettiamo!

Alla prossima!

 

La teoria della complessità: risposta a Francesco Piccolo

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La complessità del tuo vivere quotidiano ti uccide? Fai come suggerisce Francesco Piccolo: semplifica, anzi fregatene. Non scegliere: vai per la scorciatoia.

Prendiamo le ricerche dei Premi Nobel, come Ilya Prigogine, le ricerche degli scienziati del Massachusetts Institute of Technology (niente, un istituto qualsiasi…), prendiamo tutta l’epistemologia della teoria della complessità e la filosofia della scienza dagli anni Settanta ad oggi, compreso Edgar Morin, e gettiamo tutto: semplifichiamo, freghiamocene.

Cos’è, una nuova canzone di Vasco Rossi? Procedo con ordine. Stamattina, purtroppo, ho avuto modo di leggere un articolo di Francesco Piccolo sul Corriere La Lettura, a pagina 5 del numero del 17 gennaio 2016, dal titolo Il mondo è complesso. Troppo. Do il benvenuto al Semplificatore.

La teoria della complessità: tutto è complesso, nel nostro quotidiano.

L’articolo che farebbe inorridire chiunque conosca la teoria della complessità giusto quanto basta. Non mi si dica che l’articolo non pretendeva di essere filosofico, perché l’autore è chiaro fin dall’inizio:

 La complessità, ci hanno detto, è la caratteristica dell’epoca contemporanea. Noi credevamo che fosse (soltanto) un concetto filosofico, non pensavamo che sarebbe penetrata fin dentro la quotidianità. Non pensavamo di trovarci dentro un’enorme quantità di scelte da fare ogni ora di ogni giorno di ogni settimana, fino a esserne sfiniti.

Fin da subito, è evidente, il problema è che la complessità ha invaso la nostra vita. Secondo Piccolo, la manifestazione più lampante di ciò è che, poveri noi, siamo chiamati a scegliere costantemente. Scegliere tra le migliori tariffe, le migliori offerte e via discorrendo. In altre parole, la questione riguarderebbe questa vastità, quasi infinita, di scelta: che dilemma!

la teoria della complessità prigogine

Volendo proprio essere pignoli, il punto critico sarebbe che, alla fine della giostra, non solo dobbiamo prenderci il disturbo di scegliere ma dobbiamo anche ammettere che la nostra scelta non può essere la migliore, sempre e in ogni caso:

 La complessità del contemporaneo, alla fine, nella vita quotidiana si riduce a questo: un’enorme quantità di perdita di tempo; un tentativo sempre fallito ma sempre in piedi di essere abbastanza furbo se non il più furbo di tutti; il sospetto continuo e che ti consuma i nervi che non si è scelta la soluzione migliore; e almeno tre amici che sono sempre pronti a dirti: se lo dicevi a me ti procuravo la soluzione migliore, perché non me lo hai detto, ormai hai fatto una cazzata.

Mi vedo costretta ad affermare che non è stata fatta una semplificazione della complessità, piuttosto una riduzione ad un assurdo ridicolo. Con conclusione altrettanto ridicola e, permettetemi, da italiano medio.

La teoria della complessità: dai processi cosmici alle condivisioni sul web

La teoria della complessità non mi è sconosciuta, anzi; ho studiato gli scritti del chimico-fisico belga Ilya Prigogine e tutta l’opera Il metodo di Edgar Morin: ho scritto la tesi di laurea sulla complessità. Non mi preme che sottolineare che scrivo da persona informata. Da persona che conosce la teoria della complessità e i suoi principi, posso azzardarmi a semplificarla in pochi, essenziali e fondamentali concetti: comunicazione, feedback e ricorsività, evoluzione. Considerando che questo blog, al momento, non è adatto allo scopo; considerando che non mi aspetto che tutti possano avere familiarità con certi concetti trasversali – perché sono stati sviluppati filosoficamente, ma attraversano fisica, chimica, biologia, sociologia, psicologia e storia -, semplificherò davvero per necessità.

Ogni essere vivente comunica: in se stesso come organismo, con se stesso in quanto possessore di una mente, con l’alterità – tutti gli altri – come individuo che appartiene ad una società. Società costituita da individui della stessa specie, che assieme a tutte le specie viventi, costituisce la biosfera. La biosfera è, a suo modo, un grosso organismo che vive, esiste, comunica ed è assolutamente autonomo. Cosa vuol dire? Vuol dire che se la biosfera s’accorge che tu specie non fai per lei, perché non ti integri, non sai comunicare con tutte le altre specie, vai eliminata e senza possibilità di appello.

la teoria della complessità morin

Questa Terra su cui vivi fa parte di un Universo, strutturato in qualche modo – in fin dei conti, le teorie sulla struttura del Cosmo sono diverse – e in cui il processo fisico più semplice porta la materia ad aggregarsi, secondo un semplicissimo movimento, che alimenta se stesso.  Un movimento non circolare, bensì ellittico, aggrega forme, porta lontano dall’equilibrio questo sistema che ha solo – davvero – da scegliere tra il collasso e l’assunzione di una nuova forma. Pillola rossa o pillola blu? Queste sono ricorsività ed evoluzione: i processi meccanici, termodinamici, biologici, sociologici sono tutti processi che si amplificano man mano che procedono, finché non superano un limite, oltre il quale si trasformano in qualcosa di totalmente inedito.

Il mondo digitale è il mondo della ricorsività per eccellenza: basta pensare ai fenomeni di diffusione di una notizia, una parola o una bufala. Ogni fenomeno alimenta se stesso dall’interno, fino a quando non si assesta, dopo aver dato vita ad una nuova creatura: un’idea, una classe sociale, un comportamento, una moda.

La teoria della complessità e l’evoluzione: se non progredisci puoi solo regredire

Mi si faccia comprendere come tutto ciò possa essere ri(con)dotto alla moltitudine di scelte, che nel nostro vivere ci seccano così tanto. Piccolo conclude con la semplificazione delle semplificazioni: fregatene. Ripropongo la domanda, è il nuovo singolo di Vasco Rossi? Ah, forse di Ligabue? La cosa che più mi indigna, oltre al fatto che si parla di complessità senza conoscerla, è che la questione debba chiudersi con questo menefreghismo tutto all’italiana: io me ne frego e lascio che sia un altro a semplificare per me:

 La complessità della vita quotidiana la butti addosso agli altri. Che mi è sembrata una buonissima idea, la migliore di tutte.

A parte gli scherzi e le estremizzazioni (“Così, ho appena deciso di lasciare la famiglia e scappare con lui”), non si può sciogliere ciò che è intrecciato, ossia il complesso, adottando la banale soluzione del “tanto me ne frego”. Certo, di fatto, non succede niente se per caso scegliamo la tariffa telefonica meno conveniente; succede un bel pasticcio se preferiamo non fare il minimo sforzo per migliorare uno stato di cose, come scorciatoia per non avere seccature. Talvolta un “me ne frego” può funzionare, se lo scopo è alleggerire la pesantezza delle giornate, ma non può diventare una regola, un atteggiamento universale. Me ne frego, non scelgo, non mi sforzo di trovare la soluzione migliore: la mediocrità in giacca e cravatta. In altre parole, scegliere di non scegliere è contro ogni forma di evoluzione: la scelta della non scelta è regressione, a lungo andare.

Non si deve chiudere un occhio ogni qual volta uno scrittore, o chi per lui, si prende la briga di scrivere e pubblicare senza essere informato, senza provare ad analizzare le cose scendendo ad un livello un po’ più profondo, limitandosi, come sempre, a buttar giù i soliti pensieri disfattisti e menefreghisti, da ragazzino adolescente e disagiato. Dite che è ironia? Beh, il gioco è bello quando dura poco e di sarcasmo ne sono pieni i tweet. Un passo avanti si può fare, per Zeus!

Recensione del film Macbeth

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Questa mattina ti propongo una breve recensione del film Macbeth, di Justin Kurzel, Michael Fassbender e Marion Cotillard sono Macbeth e la sua signora.

Ciao cinefil* viandante, oggi ho scritto la recensione del film Macbeth, ora in sala per la regia di Justin Kurzel. Giuro che non ho voluto guardare il film solo perché Michael Fassbender interpreta Macbeth: ho molto interesse verso la tragedia in generale, lo giuro!

macbeth film 2015

Devo però fare un’altra premessa: questa recensione del film Macbeth sarà piuttosto breve o, per meglio dire, non concentrata sull’analisi dell’opera. Ho scoperto, pochi giorni dopo aver concluso la rilettura della tragedia, che Scratchbook ha organizzato un gruppo di lettura delle tragedie di Shakespeare, che si aperto proprio con Macbeth. Attendo che il gruppo finisca la lettura per poi scriverne qualcosa di più dettagliato, soffermandomi sulle tematiche preponderanti.

Macbeth, un film assolutamente epico

Cosa dire del film? A me è piaciuto perché Macbeth è assolutamente epico. Justin Kurzel ha realizzato una trasposizione cinematografica quasi totalmente fedele all’originale. Similmente, il linguaggio adoperato è poetico e altrettanto aderente al testo. Per me queste sono caratteristiche molto apprezzabili, anche se poi si è portati a chiedersi cosa aggiunga questa nuova pellicola alle precedenti, quale sia il suo merito – non ho guardato le altre, nota bene.

L’interpretazione è eccellente e questo è già un punto a favore – forse solo il doppiatore di Malcom non è stato un granché – : prendi Macbeth con pessimi attori e lo rovini definitivamente. Credo che il valore di questo film sia la sua atmosfera epica, ricreata abilmente con sequenze ricche di pathos e grazie ad una scenografia naturalistica particolarmente suggestiva. La sequenza finale del combattimento tra Macbeth e Macduff è splendida: i due sembrano fronteggiarsi in un inferno, mentre assumono la carica e la potenza degli eroi greci.

recensione del film macbeth

Bisogna dire che non è un film per tutti. La sala era semivuota e diverse persone l’hanno abbandonata a metà film. Senza dubbio Macbeth non è un dramma molto alla portata: non sarebbe mai popolare come Giulietta e Romeo. La tematica è più ostica, molto profonda, e ciò già rappresenta un motivo di allontanamento di un pubblico che spesso entra in sala nella totale ignoranza. Rileggere l’opera è consigliabile, per riuscire a seguire meglio i dialoghi e il filo, talvolta volutamente non logico, dei soliloqui. Probabilmente, l’unico elemento che stona sono proprio i soliloqui, effettivamente più affini alla messa in scena teatrale che a quella cinematografica. D’altra parte sono essenziali, ma la loro resa finale non è solo il risultato dell’interpretazione, comunque brillante, degli attori. Molto dipende anche da quanto sono integrate con tutte le altre sequenze: spesso si ha l’impressione che siano fuori dal filone narrativo. Non sono un’esperta in materia, ma credo che l’impressione che ho ricevuto sia semplicemente conseguenza dello scarto tra teatro e cinema.

Concludo questa recensione del film Macbeth affermando che è una pellicola di nicchia, a dispetto della notorietà del dramma. Conoscere Macbeth per nome, semplicemente perché è di Shakespeare, non basta per farselo piacere e per apprezzarlo. Lo stesso discorso vale, di conseguenza, per il film di Justin Kurzel, che cerca l’aderenza al testo e la fedeltà allo spirito “patetico” che caratterizza la tragedia. Consigliata la visione solo ad autentici intenditori. Alla prossima,

Bruna Athena

Le città italiane da visitare nel 2016

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Le città italiane da visitare nel 2016 quali sono? Skyscanner propone tante splendide città, da Nord a Sud. Ed io voglio aggiungere Catania, Ancona ed Alghero.

Stamattina ho letto un interessante articolo di Skyscanner, che ha chiesto ai più noti travel bloggers di suggerire le città italiane da visitare nel 2016: ne son venute fuori 16 splendide mete. Molte di queste le ho già visitate, mentre altre sono in Lista dei Desideri già da tempo, come ho spiegato nel mio TravelDream2016. Mancano però nell’elenco le città della Sicilia e della Sardegna; per il centro Italia figurano L’Aquila e Pescara, ma non v’è nulla per per le Marche. Ho così deciso di suggerirti tre città: una che ho già visitato, una per la quale sono stata solo di passaggio ed una che desidero tanto vedere. Caro viaggiatore nel web e fuori dal web, ti suggerisco Catania, Ancona ed Alghero.

Città italiane da visitare nel 2016: Catania per la Sicilia

Ah, la Sicilia! Sono di Napoli e si dice “Vedi Napoli e poi muori”. Ti consiglio, piuttosto, di rimandare la tua dipartita, scendere un po’ più giù e vivere momenti di intenso piacere che solo la Sicilia può farti godere. Catania è una città calda e calorosa: ti consiglio di andare all’inizio dell’estate o alla fine, ad esempio a giugno e a settembre. Il suo centro storico è un trionfo barocco delizioso e se ami la movida da baretti non puoi non recartici di sera, sul tardi. Magari, dopo aver provato un piatto tipico a base di…cavallo. Lo so, il cavallo fa un po’ strano, ma è una carne tipica della zona. A Catania ti aspettano arancine cosparse della gustosa granella al pistacchio, soffici iris e, naturalmente, brioche con granita.

visitare catania nel 2016

 

Catania ha un litorale molto esteso: verso sud si estendono le enormi spiagge di sabbia bianca della Playa, mentre a nord la costa è rocciosa. A nord, infatti, sorge l’Etna e il litorale è vulcanico, scuro e brullo. La Costa dei Ciclopi è uno dei luoghi dei dintorni di Catania che ti consiglio di vedere: i famigerati faraglioni di Acitrezza, secondo il mito, sono stata lanciati da Polifemo contro Ulisse! Catania è una città molto legata alla storia e alla cultura italiane: indirettamente ho già citato l’Odissea, mentre sarebbe quasi inutile ricordare che una parte considerevole delle opere di Giovanni Verga è ambientata qui. Il legame della città col mondo della musica e dello spettacolo è strettissimo: catanesi sono Rosario Fiorello, Carmen Consoli e Mario Biondi, mentre dalla provincia arrivano Franco Battiato e Pippo Baudo. Una volta a Catania, non puoi non fare un’escursione sull’Etna: ti assicuro che è molto divertente!

Città italiane da visitare nel 2016: Ancona per le Marche

Non ho visitato Ancona, in verità; ci sono stata per una giornata intera, senza avere l’opportunità di vederla. Mentre ho trascorso ore in un ufficio per una selezione, i miei accompagnatori/autisti – purtroppo da sud Ancona non è facilmente raggiungibile: bisogna fare il cambio a Bologna in treno e non è sempre si becca la coincidenza; in alternativa, bisogna salire in auto – , ossia il mio moroso e mio fratello, si sono divertiti a girare la città in pieno luglio. Ho sbirciato dalle foto e ho potuto vedere una città davvero interessante.

visitare ancona conero

Il centro storico è prettamente medievale, ma possiede un’atmosfera che ricorda molto le città del sud. Poiché è sul mare, Ancona permette agli abitanti di consolarsi con un tuffo anche in piena città, laddove l’Adriatico, in quel tratto, è davvero spettacolare. La Riviera del Conero, infatti, si estende dal porto di Ancona fino a Numana: credimi, se dai un’occhiata alle immagini penserai di essere in Sardegna, a stento ci crederai di essere nell’alto Adriatico – con tutto il rispetto.

Città italiane da visitare nel 2016: Alghero per la Sardegna

A proposito di Sardegna, eccomi arrivata in una città che non ho visto nemmeno per prossima, come tutta la regione purtroppo – per il momento, eh! Alghero è un centro situato nella provincia di Sassari, nucleo fondamentale della Riviera del Corallo. Quando guardo Alghero penso due cose: la prima è che mi ricorda tantissimo Monopoli; la seconda è che pensare alla Sardegna ad un luogo per vip è degradarla profondamente.

visitare alghero

Alghero, con il suo porto e sui bastioni, le case bianche e la sua lingua catalana, deve avere un fascino molto particolare. Muniti di auto, si può raggiungere Porto Torres e da lì il Parco Naturale dell’Asinara. E vuoi dire che la zona non sia interessante!? Pronti con scarpe comode e costumino!

Ecco, queste sono le mie proposte italiane per il 2016 – solo alcune, eh! Quale città italiana ti piacerebbe visitare nel 2016? A presto,

Bruna Athena

Lettera Alla Scrittrice: i miei 9 anni con Astrid Lindgren

Cara Astrid,
più che una lettera, questa sarà un’ammissione di colpa perché l’unico libro che ho letto di te è Pippi Calzelunghe.
E sì che ne hai scritti poco più di una cinquantina molti dei quali sono stati adattati al piccolo schermo.

Mi vergogno un po’ ma dopo Pippi non ho voluto leggere altro di tuo e non oso nemmeno farti vedere in quali condizioni è la copia di questo romanzo del quale ho tagliuzzato la copertina e colorato le illustrazioni interne. Per fortuna la dedica di chi me lo ha regalato è rimasta intatta, così come la data, 15 giugno 1993. avevo compiuto 9 anni da poche settimane e mi sentivo grandissima!

lettera ad astrid lindgren

Ho perfino sottolineato con l’evidenziatore un capitolo intitolato Pippi gioca a rincorrersi con la polizia.

Sai, Astrid, quando mi comportavo male e facevo qualche danno i miei genitori facevano finta di telefonare ad un collegio. Per spaventarmi. Poveri adulti, non sapevano che avevo un piano strategico studiato proprio da quel capitoletto e non sai quante volte ho sognato di vivere sola soletta, proprio come la bambina che tu hai così brillantemente dipinto.

C’erano però dei dettagli fondamentali per realizzare il mio progetto e che mi mancavano. I capelli rossi e una forza tale da poter sollevare un cavallo. Ho provato a farmi le trecce ma non mi riusciva a imitare l’acconciatura della principessa Pippilotta (certo però che il nome che hai scelto, Astrid, è proprio brutto ma convengo con te che ne avresti potuti inventare di peggiori). Pensavo che se le fossi assomigliata un pochino (nell’aspetto. Con il tempo ho imparato ad apprezzare il mio, di nome) non avrei avuto paura a sgattaiolare fuori casa e di lanciarmi in favolose ed emozionanti avventure.

Purtroppo (e per fortuna) non ho potuto seguire le orme di quella che è stata l’unica eroina femminile della mia infanzia e che già vedevo convolare a nozze, da grande, con Tom Sawyer o Huckleberry Finn ma penso che si sarebbero trovati bene insieme anche come compagni di giochi e marachelle varie ed eventuali. Sarebbe stata una bellissima combriccola e, tuttora, non mi dispiacerebbe farne parte.

Astrid Lindgren

Insomma, Astrid, ho amato tantissimo Pippi Calzelunghe e malgrado ne abbia parzialmente mutilato l’aspetto esteriore (volevo ritagliare la figurina della protagonista per incollarla sul mio diario segreto) le pagine interne sono completamente integre, pronte per essere rilette all’infinito.

Ancora rido a pensare all’episodio in cui Pippi decide di andare a scuola per imparare le mortificazioni ma poi mi sono sorpresa a ritrovare un mio piccolo appunto infantile. Mentre era alle prese con le addizioni, tu scrivesti che assunse un’espressione corrucciata e io non sapevo cosa significasse “corrucciata”, tanto che andai sul dizionario e scrissi a margine che voleva dire “preoccupata”. Mi avevi insegnato una parola nuova e la magia della lettura è anche questo, imparare cose nuove, non solo evadere da una realtà noiosa e sempre uguale.

A proposito, mi è andata bene che a scuola non sia mai stata bocciata (anche se ho rischiato non poche volte) né ho avuto a che fare con arcigne signorine Rosenblom ma, quando hai raccontato l’allegro esame dei bocciati presieduto da Pippi, mi sarebbe tanto piaciuto potervi partecipare. La mia scuola aveva un bellissimo giardino con grandi abeti. Durante la ricreazione, mi pareva di scorgerla con l’occhio dell’immaginazione e facevo finta che stesse arrivando, in sella al suo cavallo, per salvare anche me dal pericolo delle mutande rosa di lana (mutande di lana non ne ho avute mai, ma c’è stato un periodo in cui mi trovavo ad indossare maglioni di siffatto materiale e prudeva da matti sul collo e ai polsi. Una tortura!).

Insomma, cos’altro posso dirti, cara Astrid se non che Pippi Calzelunghe mi è rimasta nel cuore e che, ancora adesso che ho passato la soglia dei 30 anni, leggerne qualche capitoletto mi fa tornar ai miei 9 anni.

Mi vien da ridere come se fosse la prima volta che incontro questa bambinetta spudorata, intelligente e perennemente accompagnata dalla simpatica scimmietta a cui hai dato il nome di Signor Nilsson. Hai scritto un libro indimenticabile che, malgrado i danni e i pasticci che ho causato alla sua copertina, conservo da 22 anni e che non intendo ricomprare. Ormai quella e solo quella copia ha assorbito una parte di me che non voglio né perdere né sostituire con una copia nuova fiammante.

Astrid, ti sono immensamente grata per la tua fervida immaginazione e ti mando un abbraccio forte e forte, come quelli dei piccoli bocciati che, grazie a Pippi, han potuto tornare a casa con caramelle e monete d’oro.

Con affetto,
Rita.

Recensione di La resistenza del maschio, E. Bucciarelli

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Ecco a te la recensione di La resistenza del maschio, romanzo di Elisabetta Bucciarelli, pubblicato nel 2015 da NN Editore. Breve e asciutto nello stile, narra di una figura maschile che, nella sua coerenza e nella sua imperfezione, è senza dubbio molto interessante.

Non so bene quale genere di critica mi attirerò con questa recensione di La resistenza del maschio, perché ne ho letto poche e, da queste, mi sono accorta di una certa preferenza per le voci femminili della storia. Elisabetta Bucciarelli, infatti, dà spazio a tre voci femminili, le quali raccontano vicende differenti o, se vogliamo fare un po’ di spoiler – temo proprio di doverne fare -, aspetti molto diversi della loro relazione con l’Uomo.

L’Uomo è in fin dei conti il cardine e a lui è andata la mia quasi totale simpatia. Forse l’Uomo sembra essere il solito maschio egoista, quello che seduce per non concedersi mai, la solita delusione. A me non è sembrato affatto così  e, al contrario, le donne mi hanno dato l’impressione di essere molto più egoiste, immature ed irrazionali.

recensione di la resistenza del maschio

Da donna, non mi hanno resa per niente orgogliosa. Non vedo cosa ci possa essere di più irrazionale ed immaturo, nonché potenzialmente pericoloso, del voler imporre al proprio compagno un figlio che non sente di volere. Oltretutto, non vedo come si possa essere così ottusi come quando si manda all’aria un matrimonio, convinte di cose non vere e in preda ad un desiderio così eccessivo da essere un vero e proprio capriccio.

L’Uomo è coerente, sempre e in ogni caso: desidera continuare la propria vita con una donna che lo lascia, per cui, tornato libero, istituisce relazioni che non è intenzionato a trasformare in veri e propri legami. Possiamo dire che ci troviamo di fronte al solito uomo che non vuole cose serie? No, non è questo il caso. L’Uomo, in sostanza, desidera una sola relazione duratura, che viene sciolta da una moglie bambina, la quale non sa far di meglio che tagliargli a pezzi i vestiti. Ottusa, una moglie ottusa e assolutamente incapace di andare oltre il proprio naso.

La resistenza del maschio è un modo di ritrarsi che ha senso solo se concepita come diretta conseguenza dell’originaria resistenza alla paternità. Dal contrasto tra questa paternità non desiderata e la maternità pretesa a tutti i costi, provengono tutte le altre modalità attraverso cui l’Uomo non si concede. Possiamo dire che l’Uomo sia egoista? No, l’Uomo è molto più saggio e accorto di tutte le tre donne messe assieme. Mi potreste dire che l’amore non è saggio; certo, l’amore non è così ragionevole ma…ma le coppie e le famiglie si reggono su una buona dose di ragionevolezza: è inevitabile, è necessario.

Complimenti all’autrice, Elisabetta Bucciarelli, che è riuscita a scrivere una storia che, seppur breve, è intensa e trascinante; complimenti per aver delineato tra le pagine l’immagine di un uomo certamente non perfetto, ma non così imperfetto come lo sono stati tanti altri personaggetti maschili della nostra recente produzione letteraria. Spero che questa recensione di La resistenza del maschio ti sia piaciuta e ti abbia incuriosito. Alla prossima,

Bruna

Recensione del film di Zalone Quo vado? La cinefila sarcastica

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quo vado

Questa è la recensione del film di Zalone: hai capito bene. Immagino che non te lo aspettassi da me, invece voglio proprio parlarti di Quo vado?

Facciamo alcune premesse, ed ecco la prima: non scriverò una recensione del film di Zalone ordinaria, non da subito. Ricordi i lettori bacchettoni? Bene, rassegnamoci al fatto che esistono anche i cinefili bacchettoni e, di conseguenza, non posso evitare di interpretare almeno una volta la parte della cinefila sarcastica. La seconda premessa è la seguente: se non mi avessero in effetti regalato il biglietto non l’avrei mai guardato al cinema e, probabilmente, nemmeno in streaming. In altre parole, prima di vederlo ero cinefila bacchettona pure io!

Cinefili bacchettoni: quelli che Zalone non nominarlo mai!

Eh già, perché noi cinefili bacchettoni ne capiamo di cinema. Noi amiamo le lacrime, il sangue e la morte. Ci depuriamo guardando i film di Clint Eastwood: da prendere almeno tre volte alla settimana dopo i pasti, prima di andare a letto.  Noi cinefili bacchettoni quando siamo incazzati – suvvia, fammela passare per questa volta la parola – dobbiamo vedere sangue, ma, mi raccomando non in uno splatter: Quentin Tarantino, da assumere con cautela una volta a settimana, a stomaco vuoto. Ci sono gli amanti sfegatati di Ridley Scott, i quali non appena ripensano a Rutger Haeur vanno in orgasmo. Esistono quelli che Christopher Nolan non si tocca o chiamo Jocker – sono proprio io! I più bacchettoni che bacchettoni non si può: gli appassionati di Stanley Kubrick e di Pier Paolo Pasolini. Come? Non hai visto Arancia meccanica? Nemmeno Salò o le 120 giornate di Sodoma? Pussa via, essere spregevole! La tua presenza offende il nostro intelletto – eh sì, noi siamo intellettuali. A proposito, quanti di noi sappiamo che Eyes Wide Shut è ispirato alla famigerata opera Doppio Sogno, di Arthur Schnitzler? Credo che non debba spiegare che questo breve romanzo rientri nel filone letterario novecentesco, che ha assimilato i risultati delle ricerche sulla psicoanalisi e bla bla bla. Tutto qui è un bla bla bla, credetemi.

Noi cinefili bacchettoni, quando abbiamo realizzato che mezza Italia stava dirigendosi al cinema a vedere Quo vado?, abbiamo avuto una sincope collettiva. Il nostro disgusto ha creato un essere dotato di vita propria, assimilabile a migliaia di post feisbucchiani e cinguettii vari; un essere che urla al degrado e alla vergogna. Tutti a vedere Zalone, che schifo! Posso sentire Catone dal Purgatorio che si aggiunge al coro: oh, mores!

Va bene dai, torno seria.

Recensione del film di Zalone: ora davvero parlo di Quo vado?

Ad un certo punto una recensione deve pur assumere un tono dignitoso, direi che sia il caso che torni ad essere una blogger seria. Non mi va di parlare sul degrado della televisione, del cinema e via discorrendo, perché in fin dei conti la mia opinione al riguardo è riassumibile in pochi concetti:

se qualcosa non ti piace non lo guardi, ognuno è libero di fare quel che vuole e non sei nessuno per ritenerti superiori agli altri.

Detto questo, devo ammettere che da “bacchettona” mi aspettavo un film molto più demenziale, un’accozzaglia di scenette comiche, messe assieme per dare vita ad una storiella che piacesse ai più. Quo vado? è un film che cresce sull’impalcatura dei luoghi comuni italiani, che in una certa misura rispecchiano una realtà di fatto. In Quo vado? i suddetti luoghi comuni sono tutti piuttosto esasperati, per ricreare l’effetto comico, ma non ce n’è uno che non corrisponda al vero.

In altre parole, Zalone non ha fatto altro che portare sul grande schermo l’italiano medio: maschio, sessista, opportunista, piuttosto ignorante e, finché può, abbastanza incivile. Niente di nuovo, ma vogliamo forse affermare che la stragrande maggioranza dei maschietti italiani non ha ancora la mammina che stira e cucina per lui? Vogliamo forse dire che certa emancipazione femminile europea in Italia ce la sogniamo, per il momento?

Il pezzo forte di Quo vado? però è l’ideale del “posto fisso”, il luogo comune meno comune. Mi spiego meglio: è risaputo che per anni, nel settore pubblico, i dipendenti hanno fatto quel che cavolo volevano, ma nell’immaginario comune il posto fisso è ancora il sogno di molti. Per questo è un ideale, ossia un’idea difficile da sradicare dalla testa. Che ci sia di nuovo lo zampino di Nolan? Forse è la vendetta di Leonardo Di Caprio, ancora privo di Premio Oscar?

Sta di fatto, il posto fisso è, PURTROPPO, soprattutto il sogno di quasi tutti i genitori di noi trentenni. Noi stiamo cominciando a capire che il posto fisso, come il contratto a tempo indeterminato, ormai è “fortuna” di pochi eletti. Essendo giovani, abbiamo la capacità di essere propositivi, di pensare ad altre vie per ottenere più o meno lo stesso risultato: una forma di indipendenza che, si rassegnino mamma e papà, ha poco a che vedere con la stabilità che ha accompagnato loro nei primi anni di matrimonio.

Oggi vedo coppie giovani iniziare un percorso di vita comune senza avere nemmeno la metà delle certezze e della disponibilità economica che possedevano i nostri genitori, nei tempi che furono; sono persone giovani che si sono stufate della loro condizione e preferiscono fare un salto nel buio, per stare insieme: e forse fanno bene così. Per cent’anni, uagliù!

Con questa recensione del film di Zalone, voglio semplicemente dire che è vero che c’è cinema molto più impegnato, che io stessa apprezzo maggiormente, ma c’è anche una forma di comicità che, tutto sommato, può parlare indirettamente a tutti.

Questo non è un film di Benigni, tuttavia non è un cinepanettone classico. Ecco, sono bacchettona: Boldi e De Sica nemmeno in streaming, senza ombra di dubbio.

Quo vado? è una storia semplice, alquanto prevedibile, che a suo modo può far riflettere, e ha un finale parecchio edificante: è alla portata di tutti, ti fa fare qualche risata, senza essere volgare. Questa assenza di volgarità è fondamentale: non è semplice fare una fotografia dello stato di cose e riderci sopra senza scadere nelle ovvie scurrilità in stile Walter e Jolanda.

Mi rendo conto che buona parte del pubblico di Zalone non sia nemmeno capace di cogliere gli spunti di riflessione che il film può offrire, ma sono sicura che c’è una fetta di pubblico capace di farlo. In conclusione, non credo che il film di Zalone sia assolutamente da vedere, né che lo si debba vedere per forza al cinema, ma non è quel prodotto così demenziale da meritarsi una critica tanto saccente. Questa forma di comicità non sarà di certo il massimo per trattare di tematiche d’attualità, ma fa pur sempre fare due risate che ti lasciano un po’ di amaro in bocca: in questo caso tale caratteristica è proprio un pregio. Ciao!

Lettera alla scrittrice: Virginia Woolf

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Cara Virginia,

lo so: ci ho messo tempo per avvicinarti. Non è che avessi qualche forma particolare di pregiudizio nei tuoi riguardi, ma non ero tentata di farlo. A volte le spiegazioni sono molto semplici.

Semplice o, per meglio dire, banale il tuo sentire di certo non lo è stato. Ti ho conosciuta attraverso Vanessa, la sorella che tanto hai amato e ti ha amata. Attraverso le sue parole, i suoi ricordi e le sue sensazioni da persona molto più quieta, ho potuto conoscere te.

lettera a virginia woolf

Virginia, credo che in questo mondo ti sia sentita sempre fuori posto. Qualcuno crede che sia dipeso dalla tua intelligenza, dal tuo talento e dal tuo senso di libertà: credo che tutto questo sia stato vero. Sento, tuttavia, che per quanto tu possa essere stata brillante, sempre hai preteso molto di più da te stessa: sì, l’omosessualità per te deve essere stata un peso, come lo è stata per tanti altri; il legame con la famiglia ti ha resa molto debole, davanti alle perdite; il tuo acume e la tua abilità non hanno impedito che sentissi di non fare e di non essere mai abbastanza. Ecco, penso che ti fosse fin troppo chiaro in che misura è limitato l’essere umano: non potevi accettarlo in via definitiva.

virginia woolf

Nei racconti di Vanessa sei la sorella protettiva e gelosa, quella desiderosa di primeggiare sempre e, assieme, la più propensa a stimolare le capacità e l’intelletto altrui. Controversa, hai mostrato il tuo doppio aspetto: sei stata come Giano Bifronte, quindi ora geniale nelle tue manifestazioni artistiche ed ora fragile, come un ramoscello.

Non mi stupisce che tu possa aver così ben descritto l’animo umano e i suoi turbamenti, i sentimenti più profondi e nascosti, quelli che giacciono taciuti nell’incoscienza. Mi piace definirti un chirurgo: la tua penna è stata un bisturi e i tuoi occhi devono aver fatto provare la sensazione di venir sviscerati, rivoltati all’infuori da dentro. Proprio un gran peccato che te ne sia andata via, per tua volontà, così presto. A presto,

Bruna Athena

Lettera alla scrittrice: Agatha Christie

Ciao Agatha,

non so se te l’ho mai raccontato, ma ti ho conosciuta grazie a mio padre. In famiglia è lui l’appassionato di thriller e di gialli. A dirla tutta, fin da piccola mi sono innamorata di Sherlock, però ho sviluppato una simpatia smodata per Hercule Poirot.

Il belga, testa di uovo, Hercule Poirot m’è sempre sembrato il padre della logica! Quando cercano di coinvolgermi in quei giochi in cui dovresti arrivare ad una soluzione semplicemente ragionando, io mi sento piuttosto cretina e penso: “Ci vorrebbe Poirot!”.

scrittrice agatha christie

Più o meno mi sentivo così anche leggendo i tuoi piccoli romanzi gialli, tuttavia questo sentire non mi ha demotivata. Ha sempre vinto la curiosità di arrivare fino alla fine, scoprire l’assassino e “ascoltare” l’omino belga spiegare. Posso quasi affermare che dell’assassino e dei suoi moventi me ne importava poco e nulla, piuttosto morivo dalla voglia di leggere la spiegazione di Poirot, per immaginare le facce di stucco dei presenti e pensare, tra me e me, che sono stata proprio una polla a non pensarci!In altre parole, quella dei tuoi libri è sempre stata una lettura molto stimolante.

Come si fa a scrivere tante gialli, soprattutto quelli di Poirot, così macchinosi? Ti immagino, Agatha, alla macchina da scrivere, concentrata come se stessi svolgendo astrusi calcoli. Nel mio immaginario, chi scrive i gialli è un po’ un matematico. Chissà, forse il genere mi piace nella misura in cui le scienze mi affascinano.

Credo che non ci sia nulla di superiore ad Assassinio sull’Orient- Express e Dieci piccoli indiani: tutto il resto è noia! Difficilmente ho trovato qualcun altro in grado di trasmettermi tanta curiosità, nel leggere una storia, e tanta voglia di scoprire tutto quello che di razionale c’è nell’agire umano: ogni cosa ha una spiegazione, per l’appunto!

Credo che ti rileggerò, Agatha. Magari, dopo tanti anni, sono diventata più brava a smascherare il colpevole! A presto,

Bruna